15 Gennaio 2026
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Genitorialità, Yuki d’Emilia: «Valorizzare la maternità? Meno statue, più servizi»

«Già il fatto di pensare di stimolare una positiva riflessione sulla maternità e sulla genitorialità con una statua anziché con servizi che garantiscano la qualità della vita delle madri e delle famiglie lo trovo straniante; se poi ci mettiamo che si vorrebbe inaugurare l’opera in occasione della Giornata della Salute della Donna, come a colpevolizzare tutte quelle donne che per scelta o per impossibilità non sono madri, mi fa pensare solo a una decisione umiliante»: Yuki d’Emilia, candidata alle prossime elezioni regionali tra le fila del Partito Democratico, condanna senza appello l’ordine del giorno approvato dal Consiglio Comunale di Belluno sulla realizzazione e collocazione di una statua “alla maternità” nel capoluogo.

«Siamo nel 2025 e ci troviamo ancora a vedere dipinto il ruolo della donna nella società solo come madre; un pensiero retrogrado che pensavamo fosse finito definitivamente nel dimenticatoio, ma che non mi sorprende visto che a presentare il documento sono stati solo uomini» commenta d’Emilia. «Sono orgogliosamente mamma, ma non voglio essere definita solo per questo, tutte le donne hanno il diritto di vedersi riconosciuto il loro ruolo nella società a prescindere dal loro essere o non essere madri. Evidentemente però non è così che la pensa qualcuno, e allora suggerisco anche l’iscrizione da incidere sulla targa, un vecchio proverbio che però ha ancora i suoi seguaci: “che la piasa, che la tasa, che la staga in casa”».

«Perché è questo che vuole dalla donna certa politica di oggi, quella che governa Stato, Regione e Comune: l’angelo del focolare, la mamma,… Perché invece non ci si chiede come mai l’Italia ha uno dei più bassi tassi di natalità d’Europa – 1,18 nascite per donna nel 2023 – mentre la Germania che fa registrare il suo peggior risultato in 30 anni arriva comunque a 1,35 (quasi in linea con la media europea di 1,38) e la Francia, che a sua volta fa registrare il picco più basso dalla Prima Guerra Mondiale, tocca addirittura l’1,62? Meno statue, meno retorica, meno stereotipi, più servizi: uno fra tutti, mancano i posti negli asili nido; per quest’anno al Nido comunale Piccolo Girasole di Cavarzano a fronte di 32 posti ad oggi disponibili (che potrebbero arrivare a 40) risultano 141 bambini, 141 famiglie, 141 mamme in lista d’attesa. A causa delle carenze di questo servizio, nella maggior parte dei casi tocca alle mamme dover lasciare il lavoro per occuparsi dei figli».

«E a proposito di lavoro: vogliamo parlare di occupazione? Secondo una ricerca di marzo 2025 del Cnel-Istat, il tasso di occupazione tra gli uomini che vivono soli è del 77%, tra le donne sole del 69,3%, tra le madri single del 62,9% e tra le “mamme in coppia” crolla al 57,2%. Le donne che in Italia lavorano part time sono il 31,5% contro l’8% degli uomini; nel 2023, il 65% delle donne si è dimessa dal lavoro per gestire la famiglia e i figli, motivazione che per gli uomini pesa solo per il 7%».

«Cosa chiedono invece le mamme alla nostra città? Lo hanno detto loro stesse qualche giorno fa in un incontro a Palazzo Crepadona, nell’ambito di un’iniziativa della Commissione Pari Opportunità del capoluogo nella quale ho l’onore di sedere: chiedono proprio più posti negli asili nido, orari più flessibili per quei luoghi come la biblioteca o la piscina che sono significativi per la crescita culturale e sociale dei loro figli, una ludoteca o un parco giochi coperto dove poter far giocare e socializzare i bambini,… insomma, chiedono spazi e servizi, non certo statue, vie o piazze dedicate a loro».

«Si vuole la donna lavoratrice e madre, ma senza dare un supporto concreto, e i vari bonus servono a poco se non c’è una rete sociale pubblica che aiuti le famiglie – e non solo le madri – nella gestione dei figli. In tutto questo, il ruolo della donna resta legato alla maternità e i suoi diritti non hanno peso: lo dimostrano anche i dati sugli obiettori di coscienza per l’interruzione volontaria di gravidanza in provincia, sette medici su sette al San Martino di Belluno e cinque su dieci al Santa Maria del Prato di Feltre. Numeri che  raccontano di un diritto che nei numeri non è e non può essere tale: già parliamo di una decisione che non è certo semplice e che lascia segni profondi nell’anima e nella mente delle donne, vederla resa ancora più difficile è l’ennesima umiliazione nei confronti delle donne. L’obiezione di coscienza è un diritto, certo, così come dovrebbe esserlo il poter decidere di affrontare un percorso così difficile senza il peso delle difficoltà e dei processi: come sempre, sulla bilancia dei diritti quelli delle donne pesano meno degli altri. Pensiamo – anzi, pensino quelli che “ben pensano” – a quale ulteriore ferita, nuova umiliazione, schiacciante pressione psicologica può subire una donna che ha dovuto affrontare questo percorso, o che al contrario non può affrontarlo per mancanza di medici, o che ancora non può avere figli e, anziché trovare nell’amministrazione pubblica una risposta di servizi e di vicinanza, si deve “accontentare” di una statua che le ricorda quanto è sbagliata in un mondo che ha deciso di fare un lungo salto indietro nel tempo».

 

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