Centro antiviolenza di Belluno a rischio chiusura: la Regione intervenga.
In un’Italia dove c’è un femminicidio ogni 3 giorni i Centri antiviolenza rischiano di chiudere: cosa ne sarà fra due mesi dell’unico Centro Antiviolenza in provincia di Belluno?
In Italia dal 1° gennaio 2025 ci sono già stati 11 femminicidi. La scorsa settimana, il 31 marzo, a Messina è stata uccisa la ventiduenne Sara Campanella; due giorni dopo, il 2 aprile, è stato trovato in una valigia abbandonata in una zona boschiva del comune di Poli il corpo di Ilaria Sula, la ventiduenne di cui non si avevano notizie dal 25 marzo. La prima è stata uccisa da un collega di università che non accettava il rifiuto, la seconda dall’ex fidanzato, dopo che questi aveva scoperto che Ilaria frequentava un altro uomo. Ieri, 8 aprile, la Corte d’Assise di Venezia ha depositato la sentenza – che ha suscitato molta rabbia e clamore – con la quale Filippo Turetta era stato condannato all’ergastolo per l’uccisione dell’ex fidanzata Giulia Cecchettin: i giudici hanno escluso l’aggravante della crudeltà sostenendo che le 75 coltellate inferte a Giulia fossero frutto di inesperienza. In questi anni, e con rinnovata motivazione proprio dopo l’assassinio di Giulia Cecchettin, abbiamo imparato sempre più e sempre meglio a riconoscere il femminicidio come un allarmante fenomeno culturale-sociale e la violenza di genere come una drammatica realtà strutturale, tanto che è in aumento il numero di donne che si rivolge ai Centri antiviolenza per chiedere aiuto.
Eppure, mentre in Italia continua a esserci in media un 1 femminicidio ogni 3 giorni e una donna su tre subisce o ha subito violenza, i Centri antiviolenza rischiano la chiusura. In molte regioni, tra cui il Veneto, l’intesa Stato-regioni approvata nella Conferenza unificata del 14 settembre 2022 e recepita dalla Regione del Veneto il 7/04/2023 ha fissato una serie di parametri a cui i centri antiviolenza devono adeguarsi per poter continuare ad accedere a finanziamenti statali ed essere registrati negli elenchi regionali. Questa riforma ha messo in difficoltà molti centri antiviolenza, tra cui l’unico presente in provincia di Belluno.
«I recenti fatti di cronaca dimostrano quanto sia grave e presente l’emergenza sociale legata alla violenza di genere e quanto sia necessario che i centri antiviolenza, veri e propri presidi, continuino a lavorare e anzi vengano supportati dalle istituzioni con azioni concrete. Metterli nella condizione di dover chiudere significa pregiudicare la tutela e l’accoglienza di molte donne vittime di violenza» afferma Marta Picinotti, Vicesegretaria del Partito Democratico Belluno Dolomiti.
«Tra novembre e dicembre 2023 come Partito Democratico Belluno Dolomiti abbiamo presentato in diversi consigli comunali della provincia un ordine del giorno col quale abbiamo chiesto alla Regione del Veneto di trovare soluzioni che scongiurassero il rischio di chiusura dei Centri Antiviolenza» ricorda Carla Cassol, capogruppo del Partito Democratico a Feltre. «Fin da subito abbiamo mostrato preoccupazione per lo scenario che si stava delineando. Sempre più le donne stanno prendendo consapevolezza di cosa sia la violenza di genere e trovano la forza di rivolgersi a un centro antiviolenza prima che sia troppo tardi, pensare di non avere più questo prezioso supporto sarebbe un vero e proprio dramma».
A gennaio 2024 era arrivata da parte della Regione del Veneto la comunicazione di una proroga di 18 messi, durante i quali i centri antiviolenza avrebbero potuto continuare a lavorare senza tener conto dei requisiti richiesti dalla nuova legge regionale e parallelamente la regione avrebbe tenuto delle interlocuzioni a livello nazionale per rivedere alcuni passaggi del testo. «A giugno scadrà il periodo di proroga» continua Cassol. «Mancano solo due mesi e ancora non si hanno notizie di cosa succederà dopo. Per questo abbiamo deciso di presentare nuovamente un ordine del giorno nei vari comuni per chiedere cosa è stato deciso in questi 18 mesi di proroga. Non possiamo più accettare i silenzi amministrativi a tutti i livelli, chiediamo che vengano date delle garanzie che scongiurino qualunque rischio di chiusura dei centri, e anche un impegno economico da parte della regione tale da consentire ai centri antiviolenza e alle case rifugio di poter lavorare al meglio per promuovere un cambiamento culturale e sociale e continuare a essere un punto di riferimento sicuro e protetto per tutte le donne vittime di violenza».
A preoccupare il Partito Democratico Belluno Dolomiti è proprio il rischio che venga chiuso l’unico Centro antiviolenza che opera nel territorio della provincia di Belluno e che venga vanificato il grossissimo lavoro che l’Associazione Onlus Belluno Donna ha fatto a partire dal 2004. «Il nostro è un territorio esteso dove sono presenti diversi sportelli e case rifugio gestiti da Belluno Donna» sottolinea la coordinatrice delle Donne Democratiche di Belluno, Giorgia Li Castri. «La posizione periferica e la densità demografica più bassa rispetto ai territori di pianura non fanno che aumentare la condizione di isolamento delle donne vittime di violenza. Per questo, nell’agosto 2023 ci siamo sedute attorno a un tavolo con Belluno Donna e con la consigliera regionale del PD Chiara Luisetto, che sin dal suo insediamento ha mostrato interesse e preoccupazione per questa legge regionale e le sue implicazioni». Conclude Li Castri: «Il nostro impegno ora è quello di tenere alta l’attenzione su questo tema in Provincia, nei Comuni e tra le cittadine e i cittadini, per questo oltre all’ordine del giorno nelle sedi istituzionali, stiamo organizzando un incontro aperto alla cittadinanza. Non possiamo permetterci di stare – ancora – in silenzio».
