Salute, cittadinanza, sviluppo: l’eccellenza passa per la montagna bellunese.

l'ospedale di Pieve di CadoreMentre salutiamo con soddisfazione la restituzione dei quattro posti letto nel reparto di pediatria dell’ospedale di Pieve di Cadore, grazie ad una nuova configurazione del servizio erogato dall’azienda Ulss n. 1, risulta quanto mai opportuna una riflessione sul tema della sanità in montagna al fine di promuovere e consolidare una maggiore consapevolezza su quanto si sta sviluppando in questo delicato ambito.

La Regione intende ridisegnare il sistema socio-sanitario del Veneto. Il settore sociale viene progressivamente alleggerito e assimilato al settore sanitario dando corpo ad un’operazione di accentramento dei servizi per migliorare la qualità degli stessi – almeno nelle intenzioni! – ma soprattutto per risparmiare sui costi, contenere la spesa, rispettare il principio di riequilibrio e raggiungere gli obiettivi di bilancio.

Questa operazione si realizza e si sta compiendo sulle spalle dei cittadini delle aree meno popolate, come quella della provincia di Belluno e, in particolare, delle sue terre alte.
E’ ormai prassi consolidata – lo sanno bene i consiglieri regionali bellunesi! – che tutte le volte che si discute il piano socio-sanitario per la provincia di Belluno si parte sempre dalla linea più arretrata segnata dalle penalizzazioni della redazione precedente.

Nei fatti, coerentemente a un quadro economico-finanziario segnato dalla progressiva riduzione di risorse, è questa l’azione che gli organi preposti della Regione Veneto stanno esercitando, anche affidando ai Direttori Generali la facoltà di istituire e/o sopprimere Unità Operative pur di conseguire, in un dato arco temporale, gli obiettivi aziendali programmati.

Da qui l’urgenza di ripensare i modelli organizzativi adottati fino a ieri.

Se il sistema ospedalo-centrico non è più sostenibile, si prova a rovesciare la prospettiva, mettendo al centro il territorio nel quale afferiscono più soggetti chiamati a rispondere alla domanda di salute dei suoi abitanti.

Facile a dirsi, più complicato a farsi.

Ecco allora farsi avanti l’annunciato progetto di creazione di un ospedale unico a livello della Ulss n. 1, dove i padiglioni sono dislocati in un territorio interamente montano che diventa il centro del nuovo sistema in una rovesciata prospettiva di copernicana memoria, dove il punto di riferimento sono e saranno sempre di più i medici di base insieme ad altre figure di supporto come infermieri e specialisti, organizzati in unità territoriali di assistenza primaria (UTAP), chiamati a condividere i pazienti e quindi a scambiare professionalità, a sviluppare casistica, a incentivare la formazione.

Complementare a questa, rimane la via della riqualificazione dei nodi della rete ospedaliera, della loro specializzazione, per evitare il moltiplicarsi di unità che fanno le stesse cose, ripetendo le stesse operazioni che necessitano delle stesse professionalità, in un ambito territoriale di 2.748 kmq, con una densità abitativa di 45,8 abitanti per kmq, servito da cinque sedi (Belluno, Agordo, Pieve, Auronzo, Cortina) a beneficio degli abitanti di 50 dei 67 comuni della provincia di Belluno.

Anche se i “differenziali di montagna” dovessero continuare a mantenersi stabili oltre il triennio 2013-2015, vista la presenza di professionalità e unità operative già collaudate, perché allora non prevedere la riqualificazione dell’ Ospedale del Cadore “Giovanni Paolo II” – nodo delle rete ospedaliera dell’Ulss n. 1 – quale struttura d’eccellenza nella gestione delle emergenze (Pronto soccorso, Osservazione breve intensiva, Reparto di medicina d’urgenza, Centro di Rianimazione, Radiologia di pronto soccorso, Terapia intensiva pediatrica) e/o quale struttura d’eccellenza nel trattamento delle malattie degenerative dell’età senile (disturbi iniziali della memoria, disturbi cognitivi, le diverse forme di demenza – malattia di Alzheimer, vascolare, fronto-temporale -, disturbi del comportamento e depressione correlati alla patologia cerebrale organica).

E’ giunto il tempo in cui dirigenti e operatori sanitari, amministratori locali e forze sociali, comitati spontanei di cittadini, dando voce a un rinnovato desiderio di protagonismo, non deleghino ad altri soggetti l’elaborazione di un piano strategico che integri in misura intelligente gli indirizzi formulati da chi oggi detiene la titolarità delle politiche sanitarie.

L’auspicio è che l’interazione tra questi diversi attori possa realmente contribuire a rispondere al bisogno di salute degli abitanti della montagna e a edificare un solido sistema di diritti di cittadinanza, condizione irrinunciabile per garantire il presidio del territorio e le possibilità di una nuova fase di sviluppo.

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