Crisi Ferroli, De Menech: “I lavoratori non paghino il prezzo più alto”

“Non siano i lavoratori e i territori a pagare il prezzo più alto per scelte aziendali inconsistenti sul modello di business e tese solo a sfruttare la cassa integrazione.” Questo l’appello del deputato bellunese Roger De Menech, che in questi giorni sta esaminando il dossier Ferroli, l’azienda del settore riscaldamento la cui ristrutturazione rischia di lasciare senza lavoro oltre 500 persone, tra cui i 130 dello stabilimento di Alano di Piave.

Insieme ai colleghi Raffaela Bellot, Giovanni Piccoli e Federico D’Incà, De Menech ha inviato una lettera al Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda per chiedere “un coinvolgimento forte e diretto del Ministro” sulla vicenda, perché “venga valutato e controllato il piano industriale presentato dall’azienda”. Inoltre, si richiede la garanzia che “vengano facilitate le operazioni di vendita complessiva e integrale dei plessi produttivi come quello di Alano di Piave in provincia di Belluno, al fine di salvaguardare i posti di lavoro”.ferroli

“Ieri ho incontrato la Viceministra Teresa Bellanova e il dirigente Gianpiero Castano dell’Unità per la gestione delle vertenze chiedendo un loro coinvolgimento diretto del ministero” – afferma De Menech – “Sebbene ad oggi non ci siano state richieste formali di intervento, la Bellanova ci ha confermato la disponibilità del Mise ad istituire da subito un tavolo con tutti i soggetti coinvolti. Sempre ieri ho depositato un’interrogazione urgente ai ministri del Lavoro e dello Sviluppo economico proprio per chiedere l’istituzione di un Tavolo di lavoro con i rappresentanti dei lavoratori, con le istituzioni del territorio, la Giunta regionale e il governo nazionale, per scongiurare l’ipotesi degli oltre 500 esuberi e licenziamenti, attraverso una ridefinizione consensuale di un piano industriale meno penalizzante per le sole forze del lavoro.”

Il piano industriale presentato da Ferroli Spa prevede infatti la riorganizzazione complessiva, dalla gamma di prodotti alla rete commerciale, senza escludere gli impianti produttivi, ormai obsoleti. La volontà di creare un modello di business sempre più internazionale, snello e agile che mette al centro la qualità dei prodotti, non tiene però in considerazione il conto molto alto che dovranno pagare lavoratori e territori coinvolti. Sembrerebbe una confessione del fallimento della dirigenza nella conduzione aziendale da diversi anni a questa parte ed invece la soluzione proposta è la confessione di aver sfruttato la cassa integrazione, non per rilanciare l’azienda nel suo complesso o quantomeno per salvare il maggior numero di lavoratori, ma per salvare sé stessa attraverso il sacrificio del licenziamento di 536 lavoratori. Si tratta, come spesso succede, di percorrere la strada più comoda e facile per risolvere i problemi creatisi negli ultimi anni, facendo pagare il prezzo più alto ai lavoratori.

 

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